domenica, maggio 18, 2008

La ricetta della felicità

Dire di essere felici è pericoloso. E' pericoloso come attraversare la strada senza guardare. Dire di essere felici è l'anticamera del non esserlo. Il confine tra felicità è tristezza è labile come un fazzoletto del discount. Eppure esistono le condizioni per esserlo. Sono poche, complicatissime in realtà, ma esistono.
Mi chiedo se esiste davvero una ricetta, un metodo oppure una semplice prassi, matematica per ridare un sorriso ad un volto stanco. Essere felici alla fine è sentirsi appagati, soddisfatti e non dovrebbe essere così difficile. Felice è colui che raggiunge i propri obbiettivi, colui che pur faticando raggiunge la propria meta, scolastica o lavorativa che sia, dimostrando quindi a se stesso in primis la sua capacitá ed abilitá a fare qualcosa. Siamo felici se l'ambiente che ci circonda è sereno, positivo, costruttivo. Infine, ed è questa la cosa più importante, per essere felici bisogna mostrare di esserlo. Mostrarsi gioiosi senza esserlo è quasi impossibile per noi della razza umana.
Mi chiedo quindi perchè non dovrei esserlo. Ho una lavoro che mi gratifica, 1.35o€ al mese, niente rate, mutui, ho un auto, una casa tutta mia, una vacanza tanto sognata alle porte, una nuova proposta di lavoro alle porte, ma sopratutto una persona al mio fianco che mi ama nonostante sia quel pazzo e scostante di sempre. Ho una situazione di vita apparentemente felice, ho raggiunto i mie traguardi, ciò che desideravo ed invece a differenza di quanto vorrebbe logica comune, mi sento piuttosto stretto, depresso.
Mi rendo conto di avere uno sguardo assente, disattento, incapace persino di provare un emozione quando nella cassetta della posta ieri ho trovato una grossa busta gialla. Ancora lì, sulla porta, la apro. Una rivista, sulla cui copertina c'è un mio lavoro. E' passato più di un anno dalle tante notti passate in bianco per terminarlo e fosse successo qualche mese fa sarebbe stato certo diverso, oggi invece riprendo quel giornare e lo rimetto nella busta senza provare nulla. Ne gioia, ne emozione. Forse non mi interessa nemmeno, perchè sono troppo preso da me stesso ora, che li fuori non c'è più nulla capace di interessarmi. Ho passato oltre un anno senza scrivere una parola, ascoltare musica, fare una telefonata ad un amico. Ho tagliato la mia vita a metá, un taglio netto, deciso, forse in parte sofferto, ma ricercato da quell'egoismo sempre vivo in noi che ci porta a fare scelte mirate e volte alla ricerca del benessere di cui mai pero ci sentiamo sazi. E forse non ne sono nemmeno sazio io, provando rabbia nel sorriso felice di una bambina incrociata stamane per strada. Chiedendomi infantilmente perchè? Perchè lei si ed io no? C'è allora una "ricetta" della felicità, oppure tocca a ognuno fare quello che può, cavandosela con il proprio empirismo e venendo a patti con il sì e il no di ogni giorno? Come quasi sempre la verità è nel mezzo. Non c’è una ricetta assoluta, ma una ricetta c’è. «Niente sport, soltanto whisky e sigari», diceva Winston Churchill. Ma la sua ricetta era davvero poco efficace. Tanto è vero che Churchill era perseguitato da quello che lui stesso chiamò «il suo cane nero», una forma di depressione che, senza sigari, né whisky, ma con qualche benefica passeggiata nei boschi, avrebbe potuto combattere con buone possibilità di successo. Camminare, correre, nuotare o andare in bicicletta, lo si sa, influisce sull’umore. Fare attività fisica permette all’organismo di produrre una maggiore quantità di serotonina, una sostanza responsabile del buon umore e del buon sonno.
Secondo una recente ricerca il paese in cui la gente è più felice sarebbe la Svizzera. «Bella scoperta!», potrebbero dire alcuni. Ma non è come sembra. Infatti, benché sia un paese ricco e dotato dalla natura (due componenti evidentemente non secondarie), la Svizzera sarebbe un paese felice più per il suo sistema politico che per tutto il resto. Un paese, insomma, dove le persone possono influenzare direttamente le decisioni collettive, in cui ognuno si sente partecipe di quel che si fa. La felicità, in altre parole, sarebbe piuttosto merito dei 26 cantoni che delle banche. Sará colpa di questo governo allora? Lo dubito, benchè forse sarebbe gratificante per me addossargli questa colpa. La felicità infatti è così soggettiva ed esclusiva che per poter diventare di coppia o comunitaria, deve basarsi su una profonda intesa e comprensione dell'altro. E' così difficile oggi essere felici da soli, figurarsi esserlo in due o in tre assieme, quando ancora si fatica ad accettare se stessi, per ricevere e dare amore senza troppi oaletti e pretese, adattandosi a quelle che sono le esigenze, le necessità ed i bisogni quotidiani, ridimensionando l'attaccamento alle cose, valoriizando il proprio personale, il proprio vissuto, perchè senza l'"altro" sono nulla. Mi spiace averlo capito solo ora.

mercoledì, maggio 07, 2008

NO all'esibizionismo sessuale

L' erotismo è importante non per il sesso in sè, ma per il desiderio. Il sesso è solo ginnastica, il desiderio è forza del pensiero. E la forza del pensiero ha un potere immenso, può fare qualunque cosa diceva qualcuno.. ma per farlo occorre saper ragionare, riflettere, vivere.
Spesso mi interrogo su questa parola, una parola banale, che qualcuno da queste parti mi ha ripetuto migliaia di volte.
Sono ancora quì, dopo mesi di latitanza, piccoli incrucci ed intoppia scrivere su una pagina vuota, in un mite pomeriggio di primavera, solo in ufficio. Sono tutti fuori e curiosando qua e là mi ritrovo a leggere di "una manifestazione di esibizionismo sessuale", di ostentazione, di pudori e vergogne di un ometto fulvo prossimo sindaco di Roma.
Mi chiedo c0sì se non occorre fare una prova di esercizio mnemonico per il Gay Pride, per una manifestazione i colore, di musica, piume e trampoli, che seppur cafonamente le volte ricorda nei simboli la vergogna, l'umiliazione ed il coraggio di chi a suo modo ha trovato la forza per ribellarsi.
Non trovo così scandoloso una parata, non la distinguo tanto dalle file di auto che alla notte caricano in auto lucide ragazzi e ragazze costrette a prostituirsi per campare. Trovo più disgustoso invece che un uomo delle istituzioni non chieda alla stampa, alla televisioni, che oggi sono l'unico ed il più diffuso mezzo di comunicazione, di inquadrare oltre quegli uomini vestiti di rosa, di parlare di quelle donne e quegli uomini, che sfilano coi vestiti di tutti i giorni. Certo, in loro non vi sarà l'eccesso dei primi, ma sono forse la stragrande maggioranza, che scendendo in piazza si interrogano su cosa faccia lo stato per loro. Non lo dico certo per perbenismo, ma perché anche a me sembra ogni volta una strumentalizzazione, dare del Gay Pride una sola immagine, spesso volgare ed accompagnata dall'idea di un omosessualità capace di distruggere la famiglia e qui valori ad essa connessi, senza rendersi troppo conto invece che ogni ragazzo, sebbene omosessule fa parte di famiglie eterosessuali e se si ritrova su una piazza è solamente per vedere riconosciuta la propria.